La maschera, mélange di verità e menzogna, di sincerità e illusione, dalle origini difficilmente rintracciabili, ha al suo esordio prerogative esclusivamente rituali e mantiene nel suo divenire storico quel concetto trasgressivo che sta alla base di ogni forma di mascheramento.
Regina del carnevale, che non conosce distinzioni fra attori e spettatori, la maschera dà il via alla fuga temporanea dal vivere quotidiano, dando sfogo agli istinti più repressi e al contempo fa risaltare aspetti dell’uomo che il vivere sociale normalmente nega, rivelando talvolta qualche verità nascosta. Non a caso, Oscar Wilde in uno dei suoi celebri aforismi afferma che “l’uomo è poco se stesso quando parla in prima persona; dategli una maschera e vi dirà la verità”. Accanto alla maschera il travestimento, elemento obbligatorio della festa popolare, celebra in questa forma di rinnovamento dei vestiti, il bisogno del popolo di rinnovare la propria immagine sociale. II carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, è dunque una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. L’illusione, che si viene a determinare, di una possibile eliminazione di ogni distanza sociale, impossibile in tempi normali, crea un contatto più libero, più familiare in cui ogni liceità di linguaggio e di comportamenti fa parte dell’allegria generale e della trasgressione collettiva. Venezia, più di ogni altra città, ebbe fama per i suoi carnevali, per i più curiosi travestimenti, per le singolari avventure amorose più o meno oneste, per gli intrighi più o meno puliti, legati alla maschera.